Foto di Mario Badagliacca© http://www.mariobadagliacca.com

Perché studiare le migrazioni in chiave antropologica??

Al centro del dibattito internazionale sulla mobilità umana, l’Italia occupa nella scena contemporanea uno spazio privilegiato per discutere di migrazioni e dei processi sociali, culturali, economici e politici che interessarono i contesti di origine, transito e arrivo. Tali processi vedono coinvolti molteplici attori governativi, non governativi, sociali e politici, volontari, organi mediatici e realtà dell’attivismo, nonché migranti e richiedenti asilo. I singoli operatori, le reti sociali, le figure istituzionali, giovani studiosi o ricercatori, e altre realtà singole e collettive presenti sul territorio sono chiamate ad acquisire competenze e a sviluppare un sapere riflessivo e approfondito al fine di rispondere in modo adeguato allo scenario migratorio contemporaneo dove confini, politiche, richiesta di asilo, forme di controllo e di cura, intervento umanitario e inasprimento delle possibilità di ingresso sul territorio nazionale sono fra loro fortemente interrelate.

In che modo - dinanzi a tale scenario - l’antropologia è chiamata in causa? E in che modo il sapere antropologico può contribuire in modo distintivo ad un sapere sulla mobilità umana? E infine come indirizzare tale sapere verso un obiettivo che coltivi coesione sociale e culturale?

Il sapere antropologico riflette per sua natura sulle differenze e sulle somiglianze fra culture, società e modi di vita. 

Rappresentate come correlate a vicissitudini recenti e narrate attraverso il vocabolario politico dell’emergenza o del pericolo sociale, le migrazioni sono processi storici e strutturali che interessano i contesti d’arrivo, di transito e d’origine. Le loro origini sono tanto nella congiuntura politica ed economica quanto in dinamiche strutturali, che vanno considerate nella lunga durata: la diseguaglianza economica fra regioni diverse del mondo, i fallimenti delle politiche novecentesche di sviluppo dei paesi poveri, l’economia di guerra. È dentro questi scenari che prende forma la storia di mobilità dei singoli individui, dei gruppi e delle reti sociali. Un sapere solido sulla mobilità umana deve guardare ai contesti di provenienza che generano mobilità - aspetto distintivo di conoscenza dell’antropologia - al vissuto dei migranti e ai modelli migratori che danno forma al loro agire, agli spazi di transito, agli spostamenti successivi, ai rimpatri e/o ai ritorni. Questi ultimi intesi non tanto la fase conclusiva della migrazione, piuttosto rientri temporanei, immaginati o periodici, compresi gli spostamenti di capitali economici, sociali e culturali o di oggetti fra contesti di accoglienza e d’origine.

Le politiche nazionali e internazionali continuano a rafforzare forme di controllo e selezione dei flussi migratori per arginare le forme di mobilità umana che si sono sviluppate in questo nuovo millennio. L’esternalizzazione dei confini europei, con accordi bilaterali con i paesi d’origine e i paesi terzi di transito per il controllo dei flussi migratori, si accompagna a un restringimento dello spazio dei diritti dei migranti che sempre più sono costretti a individuare ambiti autonomi d’azione laddove i governi dei paesi in cui risiedono sempre meno tutelano le loro posizioni. Politiche migratorie restrittive nei paesi di arrivo, transito o partenza, insieme al rafforzamento del controllo dei confini, hanno l’effetto di prolungare lo spazio dell’attesa dei migranti cosiddetti “in transito”, alimentando così violenze, sfruttamento e il grande mercato delle migrazioni irregolari. D’altra parte, come l’antropologia ha da tempo messo in luce, i migranti non sono solo oggetti passivi di dinamiche economiche, azioni politiche e rappresentazioni mediatiche, ma soggetti attivi impegnati a costruire percorsi di ricomposizione delle loro vite culturali, sociali, economiche e politiche.

Dinanzi a questo insieme stratificato e composito di esperienze, in che modo l’intervento umanitario, d’assistenza e burocratico stanno agendo? Quali ruoli sono chiamati a svolgere operatori, ricercatori, giovani laureati? In che termini l’antropologia può contribuire a migliorare l’intero sistema di inclusione e il dialogo con la cittadinanza? Sistemi di assistenza, di accoglienza e di abbandono istituzionale, criteri di legalità e regimi di irregolarità, lavoro regolare e circuiti dello sfruttamento, vulnerabilità politica e sofferenza sociale, insediamenti duraturi o desideri di nuove partenze sono alcuni dei contesti in cui uomini e donne migranti si muovono.

 

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Che cosa vogliamo fare?

  • Introdurre concetti-chiave dell’antropologia delle migrazioni. Il linguaggio antropologico è entrato nel discorso pubblico sulle migrazioni, spesso per giustificare linee di esclusione e sottolineare diversità incommensurabili. Ricondurre questi concetti al loro significato antropologico serve a costruire uno sguardo critico sugli stereotipi che attraversano, a diversi livelli, le politiche di accoglienza, immaginari, discorsi mediatici.
  • Promuovere, attraverso la diffusione di ricerche ed esperienze di lavoro nel settore, una lettura delle migrazioni contemporanee come fatti sociali e processi storici, culturali, economici e politici che investono contesti di partenza, transito, arrivo, con un’attenzione tanto al livello micro delle biografie individuali quanto ai fattori macro, che in certe fasi storiche, alimentano la mobilità umana.
  • Integrare le competenze specifiche dell’antropologia con linguaggi disciplinari e sociali di altri campi del sapere, in particolare rispetto agli studi sul trauma, vulnerabilità, sofferenza, così da fornire gli strumenti teorici e pratici per riflettere sulle dinamiche di inclusione (percorsi di integrazione promossi dalle politiche e pratiche agite dai migranti stessi, spesso in parallelo o in contrasto con i percorsi istituzionali) e sulle molteplici forze sociali (razzismo, sfruttamento economico e lavorativo, regimi di assistenza, forme di controllo e selezione) che causano esclusione e marginalità.
  • Sviluppare uno sguardo processuale che sappia cogliere nei movimenti migratori, anche dello stesso gruppo, l’eterogeneità e la diversificazione interna a seconda del genere, dell’età, dei ruoli sociali che le persone occupano nei diversi contesti di origine, di transito e di insediamento nell’ambito dei e loro percorsi di mobilità.
  • Elaborare un’analisi dei contesti di approdo e dei cosiddetti “processi di integrazione” per comprendere i modi con cui i paesi di accoglienza si rapportano alle migrazioni: analisi di alcuni contesti di intervento e di mediazione specifici per mettere in luce le interazioni tra migranti e i diversi soggetti (e le culture operative) che definiscono l’accoglienza (istituzioni, ONG, associazioni locali, associazioni di immigrati, sindacati, volontariato laico e religioso, enti di formazione, operatori sociali).

Calendario sintetico

7 aprile - 14 luglio 2018

Sei incontri di 4 ore al giovedì; nove incontri di 8 ore al sabato per un totale di 96 ore.

Le attività si svolgeranno presso gli edifici dell'Università di Milano-Bicocca, ad eccezione dei seminari del 19 maggio e del 9 giugno, che saranno gestiti da CIAC (Parma). Il calendario dettagliato è disponibile cliccando qui.